IL LEGAME DELLA MORTE
Vladyslav Babych
L’essere umano viene introdotto dall’Altro in una rete di significanti in cui il significante stesso comporta un’azione mortifera, il significante veicola la morte in quanto permette di nominare qualcosa che è andato incontro alla sepoltura, qualcosa che è stato barrato dal significante e che per questo può sopravvivere al di là della sua presenza nella realtà, può essere detto anche se assente, proprio perché assente. Lo mette bene in luce Miller: «la morte fisica non fa che sprigionare la morte che il significante comporta di per sé, giacché esso è destinato a sopravvivere in quanto veicola la morte»[1]. Sempre Miller ci ricorda che si seppelliscono i morti perché si crede che con la loro esistenza fisica non finisca tutto. «La sepoltura ci assicura che da vivi hanno avuto accesso al significante. Il significante li ha catturati. E una volta morto il corpo, il significante esiste per proprio conto»[2]. A mio avviso questo rapporto fra sepoltura e significante è ben illustrato in un passo del romanzo Cecità di José Saramago. Dinnanzi al presentarsi della necessità di seppellire un morto, uno dei protagonisti si limita a dire, come aveva già detto in un’altra circostanza analoga, che ci sarebbe bisogno di una zappa, o di una pala. Di fronte al ripetersi di queste parole la voce narrante interviene per sottolineare che «l’autentico eterno ritorno sia quello delle parole»[3], dei simboli, «i simboli hanno solo valore di simboli»[4], al di là delle differenze dei vivi, «una volta sotterrati le differenze non si noteranno»[5].
La sepoltura è un rito che non serve ad altro se non a trattare la morte, ad avviluppare il Reale nel Simbolico. L’epitaffio è il simbolo di un’esistenza che non c’è più. «Il simbolo si manifesta in primo luogo come uccisione della cosa, e questa morte costituisce nel soggetto l’eternizzazione del suo desiderio. Il primo simbolo in cui possiamo riconoscere l’umanità nelle sue vestigia è la sepoltura, e il tramite della morte si riconosce in ogni relazione in cui l’uomo nasce alla vita della sua storia».[6] L’utilizzo dei significanti e l’entrata nel campo dell’Altro comportano l’intervento simbolico della morte, il desiderio dell’Altro inizia a sorgere quando l’altro non è presente, quando l’Altro viene invocato in quanto assente dal soggetto che si ritrova nella propria solitudine. La cosa deve essere uccisa per consentire di stabilire un legame che vada al di là della relazione immaginaria e speculare. Perché l’Altro del Simbolico possa vivere è necessaria la morte della cosa, è necessaria l’azione della morte.
Il legame con l’Altro passa attraverso la morte, ma allo stesso tempo questo legame permette di avere a che fare con la morte, di assumersi la propria morte intesa anche come castrazione, pure di fronte alla morte sembra permanere un qualche legame con l’Altro. Lo si può ben vedere nel caso del rapporto fra servo e padrone. Nel Seminario i, Lacan scrive: «Che cosa attende l’ossessivo? La morte del padrone. A che cosa gli serve questa attesa? Essa si interpone fra lui e la morte»[7]. Lacan sottolinea come il padrone si trovi in una posizione disperata perché non ha da attendere null’altro che la propria morte, è in un rapporto più diretto con la morte, non c’è nulla che si frapponga, mentre il servo si ritrova in una posizione più protetta nei confronti della morte, rimanendo nella posizione di attesa della morte del padrone si mantiene in sospensiva rispetto all’assunzione della propria morte. In questo rapporto la morte svolge una funzione simbolica di limite rispetto all’aggressività senza limiti del simile col simile nella lotta a morte dei rapporti immaginari. Infatti, il padrone non può fare dello schiavo ciò che vuole, per lo meno non può farlo perire per poter continuare a farne uno schiavo. «Giacché in fin dei conti bisogna pure che il vinto non perisca, perché se ne abbia uno schiavo. In altri termini il patto è ovunque preliminare alla violenza prima di perpetuarla, e ciò che chiamiamo «il simbolico» domina l’immaginario»[8]. Ci si può chiedere se oggi valga ancora questo limite simbolico della morte nel legame fra servo e padrone o se piuttosto il servo sia solo un oggetto sostituibile a piacimento.
[1] Jacques-Alain Miller, Capisaldi dell’insegnamento di Lacan. L’orientamento lacaniano (1981-1982), Astrolabio, Roma 2021, p. 10.
[2] Ibidem
[3] José Saramago, Cecità (1995), Feltrinelli, Milano 2010, p. 254.
[4] Jacques Lacan, Il Seminario, Libro ii, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi
(1954 –1955), Einaudi, Torino 2006, p. 184.
[5] José Saramago, Cecità, cit.
[6] Jacques Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi (1953), in Id., Scritti, Einaudi, Torino 1974, vol. 1, p. 313.
[7] Jacques Lacan, Il Seminario, Libro i, Gli scritti tecnici di Freud (1953 – 1954), Einaudi, Torino 1978, p. 336.
[8] Jacques Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano (1960), in Id, Scritti, Einaudi, Torino 1974, vol. 2, p. 813.