Ne Il Seminario ii Lacan rivolge al pubblico la seguente domanda: «Perché i pianeti non parlano?»[1]. Lacan propone diverse soluzioni al quesito, ma alla fine sceglie la risposta apparentemente più semplice: i pianeti non parlano perché non hanno la bocca. I pianeti sono perfetti nella loro sfericità, perfettamente sempre identici a sé stessi, non sono mancanti di nulla, non hanno nessun buco, nemmeno l’orifizio della bocca. Se non manca loro nulla, e quindi se non desiderano nulla, perché mai dovrebbero parlare? Senza la possibilità della mancanza e del desiderio si rimane ancorati al proprio godimento, al godimento dell’Uno, un godimento che si ripete identico, esattamente come una sfera è identica a sé stessa in ogni punto. Si può dire che, se i pianeti non parlano, allora non desiderano nemmeno, quindi si limitano a godere. Lacan riprende questo punto soprattutto ne Il Seminario viii, dove tramite il racconto del mito della sfera da parte di Aristofane mette in luce la spinta alla condivisione del godimento, la brama di diventare una sfera, da due uno[2].
Prima di Lacan già Freud si era soffermato sulla spinta dell’essere umano a fare di due uno, per esempio, nel testo Il disagio della civiltà: «In nessun altro caso Eros svela così chiaramente il nucleo della sua essenza, l’intento di fare più d’uno uno, ma quando lo ha raggiunto nel modo che è diventato proverbiale, facendo innamorare due esseri umani, non vuol andare oltre»[3]. In più parti del testo Freud sottolinea come sia necessario per la sopravvivenza della civiltà la possibilità di creare dei legami libidici fra gli individui che non sarebbero possibili se tutta la libido fosse riversata sul partner e sull’attività sessuale. Si necessità di una rinuncia al godimento, di una rinuncia al completamento della sfera.
Come si lega quanto finora scritto col tema del razzismo?
Tento di rispondere servendomi delle parole di Neus Carbonell sul rapporto del razzismo col godimento: «Il razzismo, dunque, si oppone alla buona relazione con il vicino. Il buon vicinato è sempre segno di sapersi arrangiare con il godimento di qualcuno»[4]. Il razzismo può essere fondato sul fatto che non si tolleri che lo straniero possa godere o, meglio, godere in un modo diverso, che possa avere accesso verso un godimento Altro. E perché si dovrebbe essere razzisti nei confronti di come gode l’Altro? Una risposta la si può estrapolare a partire dal fatto che oggigiorno non solo vi è la tendenza a puntare ad un godimento immediato, ma che questa è accompagnata dalla formazione di comunità che si uniscono attorno alla fantasia dell’accesso ad uno stesso godimento. Essendo il godimento intrinsecamente straniero e indicibile, la fratellanza nel modo di godere, nell’Uno del godimento, potrebbe essere un tentativo di identificarsi in un godimento comune, in un godimento meno straniero ed indicibile, più consistente. In questo senso non c’è posto per l’Altro e il suo godimento, i quali vanno a minare la solidità dell’identità del gruppo: «Il vicino è diventato un intruso. Il suo godimento rende presente il godimento Altro, il godimento Altro di ciascuno. I godimenti sono, in questo modo, divenuti incompatibili»[5]. C’è un tentativo di provare ad essere tutti uguali, di godere in maniera uguale, di parlare la stessa lingua. Le comunità che così vengono a crearsi sono molto diverse dai pianeti di Lacan che non parlano, che non desiderano, e che sono sempre uguali a sé stessi? Parlare tutti la stessa lingua in fin dei conti non è come non parlare affatto?
Una conseguenza di questo è la presunzione di possedere la certezza sul vero modo in cui si deve godere, su cosa sia il godimento; perciò, le forme straniere di godimento diventano pericolose perché minano questa certezza, mostrano un modo di godere diverso, esse presentificano che il nostro godimento stesso è straniero e che in fin dei conti non ne sappiamo nulla. Da qui nascono i tentativi di normare il godimento dell’Altro, di renderlo uguale al nostro e quindi di eliminarlo. «Se una verità si afferma a priori come assoluta, ricacciando tutto il resto nel nulla, la non-verità resterà sempre l’Altro con il quale non si cesserà di confrontarsi sempre più»[6]. L’odio per il godimento dello straniero è una conseguenza dell’odio per il proprio godimento in quanto straniero, un godimento che rischia di bucare e scalfire la superficie della sfera e la sua consistenza.
Provo a concludere questo intervento riprendendo nuovamente il Seminario ii: «Non siamo per niente simili ai pianeti, lo tocchiamo con mano ogni momento, ma ciò non ci impedisce di dimenticarlo»[7]. La psicoanalisi ci mostra che la civiltà richiede una rinuncia al godimento, al sempre identico della sfera. Non ci può essere solo il diritto di godimento, dello stesso godimento per tutti, ci sono molteplici e singolari modi di cavarsela con esso, con il non-tutto del godimento, quindi con la propria estimità, e col fatto che non parliamo la stessa lingua e che non possiamo illuderci che il parlare la stessa lingua, di essere dunque uguali e di godere allo stesso modo, ci possa garantire di saperci arrangiare col godimento. Può risiedere in questo la possibilità di un buon vicinato? Forse semplicemente nel poter parlare non la stessa lingua? Dunque, ancora, perché i pianeti non parlano?
[1] Jacques Lacan, Il Seminario, Libro ii, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi (1955–1956), Einaudi, Torino 2010, p. 270.
[2] Jacques Lacan, Il Seminario, Libro viii, Il transfert (1960-1961), Einaudi, Torino 2008, pp. 96-98.
[3] Sigmund Freud, Il disagio della civiltà (1929), in Id, Opere, vol. 10, Bollati Boringhieri, Torino 1978, p. 596.
[4] Neus Carbonell Molteplicità dei godimenti e segregazione, in “Scilicet”, Tutti sono folli, 2024, p. 46.
[5] Ibidem, p. 47.
[6] Pascale fari, L’identità, tra delirio e certezza, in “Scilicet”, Tutti sono folli, 2024, p. 164.
[7] Jacques Lacan, Il Seminario, Libro ii, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, cit., p. 271.